Multiculturalism, a policy adopted by many States in the context of liberal democracies, promotes the protection of religious and ethnic minorities by ensuring special group rights or privileges. Sometimes, these claims may be contrary to individual rights of group members, like the right to education. This opposition becomes especially evident when it concerns the ‘weakest’ members of a minority group, such as women and children. This article aims to identify the most problematic and controversial issues concerning this debate.

Text by Marta Dell’Aquila


 

     Correva l’anno 1997 e la filosofa americana Susan Moller Okin si domandava se, e soprattutto quanto, il multiculturalismo danneggiasse le donne. Domanda esplicita, diretta, che lasciava ben poche chance a una risposta negativa, o meglio, a una risposta più sfumata, che ne escludesse una in termini di aut-aut.

       La domanda di Okin era ovviamente retorica, e la sua risposta certamente affermativa: il multiculturalismo, politica adottata dagli Stati liberali per il riconoscimento dei diritti di gruppo – detti anche collettivi – alle minoranze presenti sul territorio, è incompatibile con l’uguaglianza di genere. E si sa, ogni posizione forte, inflessibile, monocromatica, comporta una reazione altrettanto rigida: accuse di etnocentrismo, razzismo, essenzialismo, semplificazionismo, e tutta una serie di -ismi della più disparata natura.

       A distanza di tempo, è necessario chiedersi se a quella domanda si è trovata una risposta che superi il manicheismo dei primi dibattiti suscitati dalla provocazione. Infatti, non c’è alcun dubbio circa il fatto che il multiculturalismo abbia portato con sé tanti benefici (la stessa Okin ne era consapevole) e che non si possa prescindere, nelle nostre società, da una sua messa in pratica – soprattutto normativa. L’importanza vitale dell’insieme dei valori religiosi, politici, economici, educativi, personali e pubblici, che costituisce la cultura societale di una minoranza, comporta la necessità della sua protezione mediante la promulgazione di alcuni diritti particolari e collettivi, al fine di evitare ogni possibile minaccia d’estinzione. Il problema nasce quando bisogna stabilire i confini di questi diritti.

       Il rischio principale di queste politiche, infatti, consiste nella possibilità di violare alcuni diritti fondamentali, quale, per esempio, quello all’educazione – in particolar modo, violazione del diritto all’educazione per le donne, come ora mostrerò.

È ormai acclarato che molte culture, soprattutto quelle più povere, penalizzano l’educazione femminile per favorire quella maschile, poiché ritenuta, quest’ultima, più utile. L’educazione femminile è vista come un lusso, o addirittura uno spreco, dato che il ruolo riservato alla donna è quello di accudire la casa e i bambini e adempiere ai propri doveri coniugali. I fattori che influenzano questa convinzione non sono solo di tipo economico, ma soprattutto di tipo culturale e religioso, propri della maggior parte delle culture patriarcali, legate ad un sistema sociale che si basa sull’autorità del più anziano dei discendenti maschili.

Fino a qualche anno fa, per esempio, in Paesi come la Cina e l’India, in cui il raggiungimento di un’eguaglianza di genere è tuttora un obiettivo ben lontano – sempre che esista un Paese in cui si possa dire che esso sia stato raggiunto – il tasso di analfabetismo maschile nel 2004 era del, rispettivamente, 10 e 35%, contro il 27 e 62% relativo a quello femminile. Oggi quello femminile si è ridotto al 7% per la Cina e al 35% per l’India (quello maschile, rispettivamente, si attesta intorno al 2,5% e 18%) [1].

Dunque, il primo grave dato di fatto è proprio questo: esiste, a livello globale, una grave discrepanza di genere concernente la possibilità di accedere all’educazione. Uomini e donne non hanno lo stesso diritto poiché, per certe culture, la superiorità dell’uomo sulla donna è ancora un assunto importante: la donna è tuttora dipinta come un essere estremamente irrazionale e inferiore; la sua figura rimane legata o al suo ruolo nella procreazione, alla gestione della famiglia e della casa, o ad un immaginario sessuale afferente ai poli della malvagità e della tentazione, secondo i due ben noti archetipi dell’“angelo del focolare” o della “donna fatale”: ne consegue come entrambe queste visioni si contrappongano diametralmente a quella di una donna educata, libera e autonoma nella scelta.

       Ciò che risulta più sconcertante, a questo punto, non sono dunque i precetti, le cosiddette “personal laws”, ossia leggi non scritte e facenti riferimento a quanto stabilito dal capofamiglia per la sua famiglia: riguardano pratiche come il matrimonio, il divorzio, la custodia dei figli, la divisione e il controllo delle proprietà, l’eredità. Sono leggi che regolano la sfera personale, sessuale e riproduttiva che si vive nella casa, luogo in cui molte culture impiegano la maggior parte delle loro energie, e che quindi predispongono una certa gerarchia circa l’accesso al diritto all’educazione. Non sono i risultati incompiuti, in materia di educazione, dai Paesi del cosiddetto Terzo mondo: ogni diritto umano è il risultato di un lungo processo di acquisizione storica, che continua a rinnovarsi e ridefinirsi. Il disappunto si manifesta, dunque, quando il multiculturalismo non scardina e promuove, tutela, queste discrepanze di accesso all’educazione.

Grazie alla cooperazione e a una serrata opera di sensibilizzazione, e non certo all’imposizione forzata dei valori delle democrazie liberali, si può cercare di far integrare nelle culture di certi Paesi in via di sviluppo il concetto di parità nel diritto all’educazione. Portare alle estreme conseguenze questa considerazione conduce però ad una cieca autocritica anche laddove prevalga il lato positivo dei valori liberali. Ecco quindi che si ritorna al paradosso, per così dire, messo in luce dalla Okin: se il multiculturalismo esaspera l’idea secondo cui le minoranze, presenti in territorio liberale, devono semplicemente essere “lasciate in pace”, finisce per non distinguere quali richieste siano tollerabili, quali no e quali, invece, concorrano ad una nuova integrazione, al fine di essere condivise dall’intera comunità e assumere un valore di regola o norma comuni.

Propongo ora una rassegna, che certo non pretende di essere esaustiva, delle situazioni in cui il multiculturalismo danneggia l’educazione – delle donne, senza dimenticare che la sua totale e possibile assenza è un fatto gravissimo, ma lo è altrettanto, se non di più un’educazione chiusa, involuta, claustrale.

È il caso, questo, delle scuole private americane di stampo religioso fondamentalista, in cui gli insegnanti sono autorizzati a impartire messaggi sessisti agli studenti e a indottrinarli circa l’inferiorità della donna e del suo ruolo “domestico” nella società, o delle scuole private ebraiche ultra-ortodosse in Israele. Queste ultime, per esempio, ricevono ogni anno dallo Stato una serie di finanziamenti speciali indirizzati al proprio mantenimento e possono così offrire molti più servizi rispetto a quelle pubbliche, come il doposcuola o il servizio scuolabus.

       Ora, in linea di principio, se cioè questi sussidi fossero veramente atti alla salvaguardia di questa comunità all’interno di una cultura maggioritaria, essi potrebbero facilmente essere giustificati all’interno di una prospettiva multiculturale-liberale. Il problema sorge però nell’intento dichiarato che tali scuole si prefiggono: «se uomo, il suo ruolo sarà quello di studiare la Torah, e se donna, il servizio militare [obbligatorio, nda] violerebbe il ruolo che le è stato tradizionalmente e religiosamente assegnato. Per questo, ella dovrà sostenerlo sia finanziariamente, sia prendendosi cura e allevando i molti bambini che Dio vorrà darle, per perpetuare la tradizione» [2].

Come un tale privilegio possa essere accettabile sia da un punto di vista liberale, sia da un punto di vista femminista, è ingiustificabile. Nel primo caso, il liberalismo non giustificherebbe mai un tipo di educazione così restrittiva, esclusivamente religiosa; dal punto di vista femminista, invece, i problemi sono ancora più evidenti: il ruolo della donna, quando non è definito come un pericoloso oggetto sessuale, è totalmente marginale all’interno di tale cultura. E come questo le permetterà di sviluppare un senso di stima e rispetto nei confronti di se stessa, e discernere tra quelle che sono le sue reali opportunità?

Un altro caso significativo concerne, come abbiamo detto, le scuole private di stampo religioso fondamentalista in America e, a tal proposito, citerei come esempio- chiave il caso giudiziario americano Wisconsin v. Yoder (1972), in cui la controversia si fa sensibilmente evidente.

Questo caso fece scalpore perché la Corte Suprema concesse ad un bambino Amish la possibilità d’interrompere la frequenza alla scuola dell’obbligo a soli 14 anni, perché ritenuta inconciliabile con il codice Amish circa la direzione, da parte dei genitori, dell’educazione religiosa dei propri figli. Uno dei giudici, William O. Douglas, si dimostrò restio ad approvare la sentenza promossa dalla Corte (anche se poi votò a favore), perché vedeva nella richiesta dei genitori e nell’arresto della sua istruzione un mezzo per esercitare la loro autorità e per negare la possibilità di scelta, la possibilità «di essere maestro del proprio destino» [3], al giovane Amish.

       Giudici e e filosofi, stimolati dal caso, hanno dato luogo a numerosi dibattiti ed è necessario sottolineare come molti fra essi non abbiano visto, nella decisione della Corte, una mancanza di rispetto dei diritti individuali.

La comunità Amish gode di un forte riconoscimento negli Stati Uniti, così come altre sette religiose, ad esempio la comunità mormonica. Come le scuole private israeliane di cui si è parlato, tali sette beneficiano di notevoli privilegi, quella mormonica in particolare (a causa del suo forte potere politico?): spesso, la Corte Suprema si è mostrata indulgente verso le richieste da loro avanzate – si pensi, per esempio, alle rivendicazioni circa il diritto alla poliginia, e ai casi risolti in loro favore (come per esempio, il recente e chiacchierato Brown vs. Buhman). L’unica clausola che però non può essere messa in discussione è la tutela del “diritto di uscita” (right of exit): la sospensione dell’educazione in età precoce, o l’obbligo di frequentare scuole che impartiscono insegnamenti di carattere marcatamente sessista, sono privilegi tollerabili dalla politica multiculturale-liberale, purché sia garantito il diritto di uscita – in altre parole, se è possibile per chi appartiene alla determinata comunità allontanarsene senza temere ritorsioni, esclusioni o altre forme di violenza. La domanda da porsi, dunque, rimane: un giovane che interrompe il suo percorso educativo a 14 anni, o che fin dalla tenera età ascolta prediche sul suo ruolo nella vita come inferiore (o comunque predestinato) ha la stessa capacità di discernere, la stessa consapevolezza delle sue opportunità, lo stesso senso di autostima, di un giovane che ha avuto un’educazione più libera e areligiosa?

Il problema fondamentale del multiculturalismo, dunque, risiede in questa distanza fra codice legislativo ed applicazione pratica. Benché esso preveda, sempre, il diritto di uscita come unica imposizione che lo Stato liberale possa imporre alle minoranze, perde di vista il processo grazie al quale questa sua messa in pratica sia resa possibile: come può, tale diritto, rappresentare un’opzione significativa per ragazze e donne che, fin da bambine, sono state cresciute secondo l’accettazione di talune pratiche oppressive e private di un’educazione adeguata – quell’educazione che è strumento essenziale per poter consapevolmente valutare e scegliere il modo in cui condurre la propria vita?

       Perché esso abbia valore non solo astrattamente giuridico-legislativo, ma anche concreto-pragmatico, ci si deve inoltre chiedere come si possa mettere in pratica il diritto di uscita, soprattutto per quanto riguarda una donna proveniente da un background come quello qui tratteggiato: se ai genitori è concesso il diritto di decidere dell’educazione dei figli, come nel caso Wisconsin V. Yoder, e la loro cultura o religione prevede l’esistenza di un Dio onnipotente che vede la donna come semplice mezzo di perpetrazione della specie, come moglie devota o come madre a tempo pieno, come potrà una ragazza, soggetta a tali pressioni psicologiche fin dalla nascita, sviluppare un senso di consapevolezza circa le differenti possibilità che il mondo le offre ed, eventualmente, il desiderio di allontanarsi dalla cultura d’origine?

       La conclusione che possiamo trarre circa il valore dell’educazione nelle riflessioni multiculturali, rimane quella applicabile a tutte le politiche multiculturali che si mostrano troppo indulgenti nei confronti delle differenze, che fanno leva sul concetto di cultura per giustificare la volontà di mantenere un certo status quo. Se le differenti culture, religioni, minoranze, maggioranze, non rispetteranno dunque «il limite, quel limite intoccabile, dei diritti umani eticamente fondati» [4], come il diritto all’educazione, anche nella speranza di riuscire a raggiungere una buona intesa interculturale in cui le diversità siano valorizzate, sempre nel rispetto di questo limite, «se è vero che vi sono tante etiche quante sono le culture e che ciascuna possiede una propria razionalità, che dall’esterno non può essere giudicata, bisogna ammettere che il diritto alla differenza legittima l’oppressione che una società, in nome della sua cultura, esercita sui suoi stessi membri, in attesa forse di esercitarla sugli altri» [5].

[1] Cf. World Bank Literacy Rates: http://data.worldbank.org/indicator/SE.ADT.LITR.ZS e CIA World Factbook:
https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/fields/2103.html#xx.

[2]  Susan Moller Okin, Mistresses of Their Own Destiny: group rights, gender, and realistic rights of exit, in Kevin McDonough, Walter Feinberg (edited by), Citizenship and Education in Liberal-Democratic Societies: Teaching for Cosmopolitan Values and Collective Identities, London-New York: Oxford University Press, 2003, pp. 72-73.

[3]  Ivi, p. 341.

[4] Giuseppe Acocella, Teorie multiculturaliste e questione del soggetto, in Angela Maria Graziano, La sfida etica al multiculturalismo, Roma: Edizioni Lavoro, 2006, p. 19.

[5]  Selim Abou, Diritti e culture dell’uomo, Torino: Sei, 1995, p. 21.

Fonti

       Abou, Selim, Diritti e culture dell’uomo, Torino: Sei, 1995

Acocella, Giuseppe, Teorie multiculturaliste e questione del soggetto. Introduzione, in Angela Maria Graziano, La sfida etica al multiculturalismo, Roma: Edizioni Lavoro, 2006

Okin, Susan Moller, Is multiculturalism bad for women?, in Cohen, Joshua – Howard, Matthew – Nussbaum, Martha (edited by), Is multiculturalism bad for women?, New Jersey: Princeton University Press, 1999, pp. 9-24

Ead., Mistresses of their own destiny: group rights, gender, and realistic rights of exit, in Kevin McDonough, Walter Feinberg (edited by), Citizenship and Education in Liberal-Democratic Societies: Teaching for Cosmopolitan Values and Collective Identities, London-New York: Oxford University Press, 2003, pp. 325-350

 

Text by Marta Dell’Aquila

Marta Dell’Aquila was born in Italy. She got a BA in Philosophy in 2013, at the University of Bologna, and a Master degree in “Philosophy and Society” at Panthéon Sorbonne University. She has been working on the debate concerning multiculturalism and gender equality for years, and her current work focuses on the contemporary theories of justice and on the ethics and politics of migration.